Anni fa scrissi una fiaba a una persona a me molto cara. Certi incontri cambiano la nostra vita perché aprono i nostri orizzonti e sguardi sul mondo, li rendono più ampi.
L'aquila
della notte e del giorno
Fiaba
dedicata a chi crede ancora nella cultura dell'umiltà e dell'incontro.
Fiaba classificata tra le cinque vincitrici del
concorso nazionale ”la favola bella” di Legnago 2009 )
C'era una volta un'aquila maestosa, forte nel suo volo a
falcate.
Tagliava
l'aria senza paura e si faceva trasportare dal vento
che
impetuoso soffiava ad alta quota, lassù vicino al Grande Spirito.
Il suo
sguardo attento scrutava la terra e partecipava ad ogni piccolo movimento della
natura.
Solitaria
conduceva le battaglie per la sua
sopravvivenza e non chiedeva niente a nessuno.
Non le
avevano insegnato a chiedere.
Chiedere
significava essere deboli, bisognosi.
Non
poteva permetterselo: era un rapace.
Ogni
animale la temeva e provava verso di lei un reverenziale timore perché era
l'unico uccello in grado di spingere il suo sguardo oltre l'orizzonte.
Volteggiava
appena avvistava una preda; precipitava in picchiata e senza toccare il suolo
afferrava con il suo becco ricurvo l'animaletto che, ignaro, si rotolava in una
lotta in cui a vincere era sempre uno solo.
Non
aveva mai perso.
Nelle
guerre era sempre vittoriosa.
Animata
da forte volontà non si scoraggiava se il suo andare era ostacolato dalle
intemperie.
Quel
giorno, l'aquila volava senza meta, sola
e silenziosa:
le
avevano insegnato ad amare i silenzi più che
a lanciare grida
stridule nell'aria. Urlare poteva significare: avere paura; non era possibile,
non nella sua specie.
Era così
immersa nel suo andare che non si accorse che a guardarla, giù nel fitto bosco
c'era una civetta.
Una
civetta che, per un momento, aveva deciso di oltrepassare il confine del buio e
avventurarsi nei bagliori del sole.
La
civetta, proprio perché i suoi occhi erano abituati alle tenebre,
era chiamata dagli uomini l'aquila della
notte e vedeva ciò che ad altri sfugge in assenza di luce.
Quell'animale
si trovava, in quel mentre, disorientato ma eccitato all'idea di nuove
scoperte.
Guardò
in alto e vide l'aquila.
L'ammirò
e, per un attimo, pensò che avrebbe voluto diventare come lei, alzarsi così
maestosa in quei voli.
Senza
paura, con coraggio.
Ma
era goffa, la sua vita era più semplice, abituata a
mangiar topolini, a riscaldarsi nelle case diroccate che comunque le davano un
caldo tepore a cui ritornava stanca con fiducia. I suoi battiti d'ali erano
senza rumori e nessuno riusciva a sentirli.
L'aquila
viveva nelle più alte vette e respirando
l'aria rarefatta e pulita dei mattini costruiva i suoi nidi sulle rocce, in
terreni impervi e irraggiungibili.
La
civetta pensando a questo, abbassò lo sguardo e pensò a malincuore che non si
sarebbe mai potuta incontrare con quell'amico rapace.
Erano
troppo diversi, troppo lontani.
Accade
però che alle volte i pensieri si incontrano e fu così che l'aquila, quel
giorno, decise di superare un confine:
volle
guardare a terra non solo per mangiare e
trovare una preda,
ma per osservare con umiltà la vita di qualche animaletto. Qualcosa di diverso
le avrebbe potuto raccontare, anche se da lassù oramai conosceva molti aspetti
della vita.
Incontrò
lo sguardo di quella civetta.
Nei suoi
occhi, grandi e aperti, abbassandosi in
volo, vide le notti più buie, si immerse
nei silenzi più profondi e conoscendo quanto erano grandi gli spazi del cielo
con il sole,
ammirò la bellezza delle stelle della notte
con la luna.
Vide i
sogni di saggezza degli uomini, il loro sonno ristoratore e l'amore delle
notti. La dedizione dolce di una mamma per il suo bambino alzata al suo
capezzale; il rispetto
di un figlio per il proprio padre ai piedi del letto della sua sofferenza.
Quante
emozioni trovò nella notte...lei, aquila, abituata alla luce, alla certezza del
giorno, chiaro, dove tutto era prevedibile.
Lì nella
notte...tutto era possibile, tutto era contemplato e inaspettato.
La
civetta, ammirata dal volo basso di
quell'uccello reale, osservò con curiosità
la sua forza e nelle sue ali sentì la frizzante freschezza
dell'aria di alta montagna, la bellezza dei voli di libertà, la dolcezza e
l'ebrezza di lasciarsi andare ad alte
quote senza la paura di precipitare.
Vide
attraverso di lui quanto era bello vedere lontano, al di là del visibile oltre
l'orizzonte. Ammirò il coraggio della sua solitudine.
Impararono
insieme, in silenzio.
Poi,
l'aquila si alzò nuovamente in volo alto
e la civetta si
preparò
per la notte.
Da quel
giorno, con umiltà, due animali diversi per abitudini
e
sguardi verso la vita si incontrarono con rispetto.
Tutto
ciò che vive può cambiare.
(Fiaba classificata tra le cinque vincitrici del
concorso nazionale ”la favola bella” di Legnago 2009 )