giovedì 11 aprile 2019

il libro della natura di Tiziano Fratus

….Chi apre
questo libro
rischia grosso:
dai piedi potrebbero
spuntare radici, dalle mani
fronde di carpino o corbezzolo.
Potrebbe incontrare se stesso, in un
sogno, o svegliarsi con l’obbligo di discernere
fra opportunità e verità, a proprio svantaggio.
La natura non ha nulla di buono,
essa opera e distribuisce, si
rinnova nel sangue dei
vinti. Siamo nervi e
sentimenti che un
soffio leggero può
confondere, o l’ombra di
una nube nascondere. La natura
umana non è la roccia, è il fruscio
del volo d’un cardellino
 (Tiziano Fratus poeta e filosofo  della natura e dei boschi ha coniato il termine di Homo Radix)

martedì 9 aprile 2019

Incontrarsi

Incontro


Ho sempre creduto che gli incontri profondi, quelli che agiscono su più livelli,  possono molto  per il mondo e l’umanità ... due energie vicine e in dialogo,  moltiplicano le loro forza. Due sponde che agiscono,  permettono lo scorrere di un fiume sino al mare. In ogni stagione rendono possibile  il manifestarsi della vita, nulla temono,  perché ne sono al servizio.

Grazie Ita e Benito  di 96 anni di Frisanco che ne sono esempio concreto






sabato 6 aprile 2019

il mio amore per gli scatti




Fotografare 


Non  sono una fotografa. 

Amo scattare per fermare lo sguardo sulle relazioni,natura , paesaggi  
e ogni Foto a seguire muove dei pensieri 

Non so se l’immagine  sia al servizio della parola o viceversa o si abbraccino 

Apprezzo  moltissimo, chi ne sa fare un’arte come dipingere un quadro,  senza esagerare con un tecnicismo sfrenato 
Ora , se scorriamo le pagine del web , corsi di fotografia ce ne sono tanti, molti i workshop e gruppi di fotografia  per trovarsi  o imparare o per fare entrambe.  

Difficile non incontrare persone che con smartphone  o macchina fotografica al collo , non cerchino di fermare i momenti. 
Tutto fugge...  
Fermiamo  gli attimi con gli scatti. 
Ci proviamo. 
Ma forse  ciò che  sfugge davvero, siamo noi stessi a noi stessi 

Un giorno un fotografo che stimo molto ,  mi disse  davanti ad un caffè Udinese, che si può essere fotografi anche con una  macchina fotografica usa e getta perché ci permette di prestare attenzione agli scatti definitivi che facciamo, e Restano impressi subito.  
Prosegui il dialogo ,  ricordandomi L’ importanza di educare il nostro occhio e sguardo all”osservazione  e alla prospettiva, alleati preziosi e dimenticati dalla bulimia degli scatti. 
Secondo il suo punto di vista, 
La conoscenza della macchina fotografia veniva dopo, molto dopo L’educazione dello sguardo umano. 

Rimasi colpita e  ricordo ...allora, perplessa. 
Ma io non ne capivo e capisco poco per cui apprezzai la riflessione di chi ne sapeva più di me   

Oggi , ripensandoci, mi sovviene una analogia tra la fotografia  e la  nostra vita : facciamo che gli  scatti che scegliamo di vivere  siano preziosi e di valore 

Il senso che diamo al nostri viaggio sono i singoli passi. 

Attesa


Attesa 


Attesa è aspettare il giorno che risplende dentro,  luce.

la cura del sole



Calore del sole

Mi piace guardare i fiori nel sole.
Sembrano più grandi, più intensi, più pieni.
I raggi lì accarezzano con cura.
Ad ognuno L’  attenzione che merita.
Il sole ha pienezza per tutti da condividere

incontro con Herman Mamani

Essere donna

""Alcune donne hanno paura di se stesse: sono insicure, perché non sanno ciò che possono, né sanno ciò che possiedono.
Io so cosa posso fare con tutto quello che mi porto dentro ed è  la mia storia che attraversa il mio cuore
 e la sacralità del mio corpo che ha camminato con me"""

.( con gratitudine da  una citazione di Herman Mamani )

Un giorno conobbi Herman Mamani grazie alla giornalista Cristina De Michielis che gli doveva una intervista  per la trasmissione che conduceva . Passai molto tempo con lui ed ascoltai per la prima volta come la sua cultura antropologica, sociologica, medica e molto altro era ampia.  Quello che mi giunse più chiaro , ed immediato, fu la  sua capacità  semplice di sintonizzarsi con chi vicino senza parole.
Quello mi insegnò, senza insegnarmelo a parole  e gli sono grata.
Gli occhi che sanno guardare sono trasparenti.




mercoledì 3 aprile 2019

L'aquila della notte e del giorno fiaba scritta da me e classificata al concorso di fiabe di Legnago 2009

Anni fa scrissi una fiaba a una persona a me molto  cara. Certi incontri cambiano la nostra vita perché aprono i nostri orizzonti e sguardi sul mondo, li rendono più ampi.



L'aquila della notte e del giorno 


Fiaba dedicata a chi crede ancora nella cultura dell'umiltà e dell'incontro.




Fiaba  classificata tra le cinque vincitrici del concorso nazionale ”la favola bella” di Legnago 2009 )
      



C'era una volta un'aquila maestosa, forte nel suo volo a falcate.

Tagliava l'aria senza paura e si faceva trasportare dal vento

che impetuoso soffiava ad alta quota, lassù vicino al Grande Spirito.

Il suo sguardo attento scrutava la terra e partecipava ad ogni piccolo movimento della natura.

Solitaria conduceva le  battaglie per la sua sopravvivenza e non chiedeva niente a nessuno.

Non le avevano insegnato a chiedere.

Chiedere significava essere deboli, bisognosi.

Non poteva permetterselo: era un rapace.

Ogni animale la temeva e provava verso di lei un reverenziale timore perché era l'unico uccello in grado di spingere il suo sguardo oltre l'orizzonte.

Volteggiava appena avvistava una preda; precipitava in picchiata e senza toccare il suolo afferrava con il suo becco ricurvo l'animaletto che, ignaro, si rotolava in una lotta in cui a vincere era sempre uno solo.

Non aveva mai perso.

Nelle guerre era sempre vittoriosa.

Animata da forte volontà non si scoraggiava se il suo andare era ostacolato dalle intemperie.

Quel giorno, l'aquila volava  senza meta, sola e silenziosa:

le avevano insegnato ad amare i silenzi più che  a lanciare grida stridule nell'aria. Urlare poteva significare: avere paura; non era possibile, non nella sua specie.

Era così immersa nel suo andare che non si accorse che a guardarla, giù nel fitto bosco c'era una civetta.

Una civetta che, per un momento, aveva deciso di oltrepassare il confine del buio e avventurarsi nei bagliori del sole.

La civetta, proprio perché i suoi occhi erano abituati alle tenebre, era chiamata  dagli uomini l'aquila della notte e vedeva ciò che ad altri sfugge in assenza di luce.

Quell'animale si trovava, in quel mentre, disorientato ma eccitato all'idea di nuove scoperte.

Guardò in alto  e vide l'aquila.

L'ammirò e, per un attimo, pensò che avrebbe voluto diventare come lei, alzarsi così maestosa in quei voli.

Senza paura, con coraggio.

Ma era  goffa,  la sua vita era più semplice, abituata a mangiar topolini, a riscaldarsi nelle case diroccate che comunque le davano un caldo tepore a cui ritornava stanca con fiducia. I suoi battiti d'ali erano senza rumori e nessuno riusciva a sentirli. 

L'aquila viveva nelle più alte vette  e respirando l'aria rarefatta e pulita dei mattini costruiva i suoi nidi sulle rocce, in terreni impervi e irraggiungibili.

La civetta pensando a questo, abbassò lo sguardo e pensò a malincuore che non si sarebbe mai potuta incontrare con quell'amico rapace.

Erano troppo diversi, troppo lontani.

Accade però che alle volte i pensieri si incontrano e fu così che l'aquila, quel giorno, decise di superare un confine:                                      

volle guardare a terra non solo per mangiare  e trovare una preda, ma per osservare con umiltà la vita di qualche animaletto. Qualcosa di diverso le avrebbe potuto raccontare, anche se da lassù oramai conosceva molti aspetti della vita.

Incontrò lo sguardo di quella civetta.

Nei suoi occhi,  grandi e aperti, abbassandosi in volo, vide le  notti più buie, si immerse nei silenzi più profondi e conoscendo quanto erano grandi gli spazi del cielo con il sole, ammirò la bellezza delle stelle della notte  con la luna.

Vide i sogni di saggezza degli uomini, il loro sonno ristoratore e l'amore delle notti. La dedizione dolce di una mamma per il suo bambino alzata al suo capezzale; il rispetto di un figlio per il proprio padre ai piedi del letto della sua sofferenza.

Quante emozioni trovò nella notte...lei, aquila, abituata alla luce, alla certezza del giorno, chiaro, dove tutto era prevedibile.

Lì nella notte...tutto era possibile, tutto era contemplato e  inaspettato.

La civetta, ammirata dal  volo basso di quell'uccello reale, osservò  con curiosità la  sua forza  e nelle sue ali sentì la frizzante freschezza dell'aria di alta montagna, la bellezza dei voli di libertà, la dolcezza e l'ebrezza  di lasciarsi andare ad alte quote senza la  paura di precipitare.

Vide attraverso di lui quanto era bello vedere lontano, al di là del visibile oltre l'orizzonte. Ammirò il coraggio della sua solitudine.

Impararono insieme, in silenzio.

Poi, l'aquila si alzò nuovamente in volo alto  e la civetta si

preparò per la notte.

Da quel giorno, con umiltà, due animali diversi per abitudini  

e sguardi verso la vita si incontrarono con rispetto.

Tutto ciò che vive può cambiare.



(Fiaba  classificata tra le cinque vincitrici del concorso nazionale ”la favola bella” di Legnago 2009 )